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UNA STELLA ALPINA PER BERIO

14/01/05 11:18 || by Francesco Pisanu

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Arte musica spettacolo

Luciano Berio è morto qualche giorno fa, non so esattamente quando, nè di quale morbo. Mi è capitato di leggere un trafiletto ad memoriam su un quotidiano mentre stavo al bar a mangiarmi un panino. Non ho avvertito una consistente eco mediatica alla notizia, almeno pari a quella che immagino provocherebbe la dipartita di Rita Pavone. Eppure Berio era un grande: secondo me l´ultimo grande compositore colto della storia della musica, l´ultimo ideale erede di quella tradizione ormai disfatta che promana da Monteverdi e Bach fino ad esaurirsi in quella specie di Giudizio Universale che è stato il secolo ventesimo. Avevo di poco passato i venti quando lo conobbi. Suonavo i sintetizzatori al teatro alla Pergola di Firenze nell´Opera della Filastrocche di Virgilio Savona (quello del Quartetto Cetra). Berio, direttore artistico e patrocinatore dell´opera, era presente tra il pubblico. Io, nella foga della verde età, mi ero esibito sopra le righe facendo un gran baccano con le tastiere al punto da sommergere orchestra e cantanti. Alla fine della performance scoppia un gran casino: i cantanti, il direttore d´orchestra e lo stesso Savona vengono da me incazzati come bestie dicendo che sono un cane e che ho rovinato l´opera. Mentre mi lecco le ferite il mio batterista piomba in mutande nel camerino e mi urla testualmente: "Franz, Gh´è il Berio che te zerca! El dis che te sei sta el pù bravo de tuti..." E io, che sono pure in mutande, esco di corsa e mi trovo davanti il Berio che mi fa i complimenti mentre i miei detrattori assistono all´evento instupiditi. Berio sentiva il dovere di collaborare con musicisti che lui riteneva possedessero una forte musicalità: la sua arte anzi traeva sostanza proprio dall´incontro con gli esecutori e i compositori. Era il suo modo di rinnovarsi. Qualsiasi musicista che esprimesse personalità lo interessava e lo stimolava a fare progetti e a creare nuovi linguaggi. Sua moglie Cathy Berberian, Bruno Maderna, fino ad arrivare a Milva, Frank Zappa e ai Swingle Singers... ognuno di questi artisti aveva qualcosa di unico che lui intendeva sinceramente sublimare. Era intelligente: aveva intuito in che direzione stava procedendo la musica e per questo ricercava novità e sperimentalismo, nonostante non potesse costituzionalmente rinunciare ad un linguaggio estremamente colto e a volte intellettualistico. In ogni sua composizione si è sempre preoccupato di stabilire un richiamo popolare, che rendesse la sua musica meno astratta di quella di tanti suoi contemporanei. Le Folk-song innanzitutto, ma pure le sinfonie, alcune sequenze, le opere... rielaborano materiale e stilemi desunti dalla canzone tradizionale e anche spunti di musica leggera. Tuttavia il cervello ordinatore di questo materiale è puramente classico, le suggestioni sonore sono frutto di profonda cultura e fantasticano tra reminescenze tardoromantiche, neoclassicismo Stravinskiano, Scuola di Vienna: una sintesi generosa e titanica di un mondo che non c´è più. Ho lavorato parecchio con Berio nei primi anni ottanta. Gli stavo simpatico e, causa la mia origine e i miei modi montanari, mi aveva ribattezzato Stella Alpina. Il più bel ricordo risale a palazzo Pitti, durante una prova dell´Orfeo di Monteverdi (una rivisitazione di Berio di cui ero coautore oltre che tastierista e direttore di un gruppo strumentale). Lo vedo che discute animatamente col regista Pier Luigi Pizzi. Mi avvicino e sento che per velocizzare l´azione hanno intenzione di eliminare l´aria finale di Euridice. Mi sembra una scelta abominevole e poichè la giovinezza mi dà una certa patente di incoscienza intervengo: "bene, togliamo pure il momento più bello dell´opera così poi possiamo tutti andare in culo!". Il mondo intorno si blocca. Silenzio totale. Tutti mi osservano e a me gira un po´ la testa e sono sudato: stavolta mi cacciano senza paga. Poi mi sento prendere per un braccio. E´ il Berio che mi guarda soddisfatto e dice: "hai ragione Stella Alpina, Euridice non si tocca!".

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